E chi è il mio prossimo?

Statio: In silenzio, mettiamoci alla presenza del Signore

Invochiamo lo Spirito Santo (Sequenza medievale)

Amore del Padre e del Figlio,
santa sorgente di ogni bene,
Spirito paraclito.

Dai tesori della Trinità,
vieni, o fiume dell’amore,
ad abbracciare i nostri cuori.

Mostrati in essi, dolce fiamma,
lambisci i nostri cuori induriti,
allontana il gelo che ci opprime.

Scendi, dolce brezza,
spira su di noi fino a bruciarci,
con il tuo amore che divinizza.

Per te a te noi siamo uniti,
grazie a te siamo congiunti gli uni gli altri
con il legame dell’amore. Amen.

(A questo link trovate la versione stampabile di questo post)

Lectio: Parla, Signore, il tuo servo Ti ascolta!

Facciamo silenzio, prima di ascoltare la Parola,
perché i nostri pensieri sono già  rivolti verso la Parola;
facciamo silenzio, dopo l’ascolto della Parola,
perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi.
Facciamo silenzio la mattina presto,
perché Dio deve avere la prima Parola,
e facciamo silenzio prima di coricarci,
perché l’ultima Parola appartiene a Dio.
Facciamo silenzio solo per amore della Parola.

D. Bonhoeffer, † 1945

Dal Vangelo secondo Luca (10,29-35)

29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno.

Lc 10,29-35

In ascolto del testo biblico

E chi è il mio prossimo?

La seconda domanda del dottore della Legge offre a Gesù l’occasione per approfondire una questione di grande importanza pratica che a quel tempo era particolarmente accesa: chi è il prossimo da amare? Tra i dottori della legge le opinioni erano diverse; alcuni, per esempio, erano più rigoristi e ritenevano che si dovesse considerare prossimo soltanto chi apparteneva al popolo di Israele; altri, invece, erano più aperti e includevano anche gli stranieri che abitavano nel territorio.
Per come è posta, sembra una questione di principio: quale è il criterio per distinguere chi è mio prossimo da chi non lo è? Come mi devo regolare? Chi devo amare e fino a che punto? Gesù non risponde direttamente alla domanda, ma racconta una storia che progressivamente porterà il suo interlocutore a un cambiamento di prospettiva, non più alla ricerca di un criterio teorico, ma all’ascolto di un’esperienza concreta che lo aiuterà a comprendere qual è l’atteggiamento giusto da assumere.

Dipendere dagli altri

Il racconto descrive una situazione non inusuale al tempo di Gesù. La strada che metteva in comunicazione Gerico e Gerusalemme (poco meno di 30 km) era impervia e attraversava una zona desertica, adatta alle imboscate dei briganti. Gerusalemme è a 750 m di altezza, mentre Gerico si trova a circa 400 m sotto il livello del mare.
Ecco che un tale, senza nome e senza identità, mentre scende da Gerusalemme verso Gerico, viene assalito dai briganti che lo derubano e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. Non sappiamo nulla di lui, se era del posto o straniero, povero o ricco, se era un uomo buono o magari un brigante anche lui…
Sappiamo, invece, molto della sua attuale situazione oggettiva: è spogliato di tutto, colpito, solo, abbandonato, mezzo morto. Gli hanno portato via tutto, ma è pur sempre un uomo: nessuno può privarlo della sua dignità di essere umano. Si trova però in una situazione oggettiva di bisogno; per vivere ha bisogno che qualcuno lo aiuti: da solo non può farcela. La sua vita si trova nelle mani di coloro che gli passano accanto; la possibilità di sopravvivere dipende da quanto i passanti decideranno di fare.
Accanto a lui passano un sacerdote e un levita, uomini religiosi che ben conoscono la legge di Dio, i quali fingono di non vederlo e passano oltre. Perché? Nel testo non troviamo risposte a questa domanda, perché anche solo cercarla ha poco senso. Nessuna giustificazione, nessun valore, nessuna urgenza, nessuna prescrizione della legge o del culto potranno giustificare il fatto di lasciar morire una persona ferita e abbandonata lungo la strada.

Lasciarsi coinvolgere dal bisogno dell’altro

Su quella stessa strada passa anche un tale che appartiene al gruppo dei Samaritani, considerati eretici dai Giudei, scismatici allontanatisi dal popolo eletto; un reciproco disprezzo regnava tra i due gruppi.
Il samaritano, contrariamente agli altri passanti, si avvicina e si lascia commuovere, prova compassione e agisce di conseguenza, prendendosi cura in modo esemplare dell’uomo assalito dai briganti: gli medica le ferite con l’olio e il vino (i medicamenti dell’epoca), lo carica sulla propria cavalcatura e lo conduce alla locanda, chiede all’albergatore di prendersi cura del ferito, impegnandosi a pagare tutte le spese al suo ritorno. Fa così in modo che la sua opera di cura continui nel tempo, coinvolgendo altre persone.
Il samaritano non si limita a un superficiale sentimento di pietà nei confronti dell’uomo ferito. Si lascia coinvolgere fin nelle viscere. Lo stesso verbo qui usato per esprimere ‘avere compassione’ (splanchnízomai) è usato da Luca per descrivere l’emozione provata da Gesù di fronte alla donna vedova che ha perso il suo unico figlio (7,13) e per esprimere la profonda commozione del padre quando vede il figlio prodigo tornare a casa (15,20).
La compassione genera nel samaritano la decisione di agire concretamente, prendendosi cura del ferito. Solo dopo aver superato la prima notte, quella più rischiosa, lo lascia alle cure dell’albergatore, a sue spese.
La contrapposizione tra l’atteggiamento dei due primi personaggi (il sacerdote e il levita) e il samaritano è totale. Gesù nel suo racconto marca questa differenza e lo fa in modo provocatorio, additando di fatto come esemplare il comportamento di uno considerato eretico, escluso dall’elezione del popolo di Dio.
Possiamo immaginare la sorpresa del dottore della Legge, che è capace comunque di andare oltre i pregiudizi e saprà con sincerità rispondere alla domanda che Gesù sta per rivolgergli.

Meditatio: La Parola risuoni nei nostri cuori

Leggiamo e rileggiamo il testo biblico perché la Parola risuoni nel nostro cuore.

Per accompagnare la nostra meditazione (FT 63-71)

L’abbandonato

63 Gesù racconta che c’era un uomo ferito, a terra lungo la strada, che era stato assalito. Passarono diverse persone accanto a lui ma se ne andarono, non si fermarono. Erano persone con funzioni importanti nella società, che non avevano nel cuore l’amore per il bene comune. Non sono state capaci di perdere alcuni minuti per assistere il ferito o almeno per cercare aiuto. Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo.

64 Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società  sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente.

65 Aggrediscono una persona per la strada, e molti scappano come se non avessero visto nulla. Spesso ci sono persone che investono qualcuno con la loro automobile e fuggono. Pensano solo a non avere problemi, non importa se un essere umano muore per colpa loro. Questi però sono segni di uno stile di vita generalizzato, che si manifesta in vari modi, forse più sottili. Inoltre, poiché tutti siamo molto concentrati sulle nostre necessità, vedere qualcuno che soffre ci dà  fastidio, ci disturba, perché non vogliamo perdere tempo per colpa dei problemi altrui. Questi sono sintomi di una società malata, perché mira a costruirsi voltando le spalle al dolore.

66 Meglio non cadere in questa miseria. Guardiamo il modello del buon samaritano. È un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale. È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano. Coi suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che

l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro.

67 Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada. La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune. Nello stesso tempo, la parabola ci mette in guardia da certi atteggiamenti di persone che guardano solo a sé stesse e non si fanno carico delle esigenze ineludibili della realtà umana.

68 Il racconto, diciamolo chiaramente, non fa passare un insegnamento di ideali astratti, né si circoscrive alla funzionalità di una morale etico-sociale. Ci rivela una caratteristica essenziale dell’essere umano, tante volte dimenticata: siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore. Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimanga “ai margini della vita”. Questo ci deve indignare, fino a farci scendere dalla nostra serenità per sconvolgerci con la sofferenza umana. Questo è dignità.

Una storia che si ripete

69 La narrazione è semplice e lineare, ma contiene tutta la dinamica della lotta interiore che avviene nell’elaborazione della nostra identità, in ogni esistenza proiettata sulla via per realizzare la fraternità umana. Una volta incamminati, ci scontriamo, immancabilmente, con l’uomo ferito. Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi. Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano.

70 E’ interessante come le differenze tra i personaggi del racconto risultino completamente trasformate nel confronto con la dolorosa manifestazione dell’uomo caduto, umiliato. Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti, le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito.

71 La storia del buon samaritano si ripete: risulta sempre più evidente che l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità  lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada. Nella sua parabola, Gesù non presenta vie alternative, come ad esempio: che cosa sarebbe stato di quell’uomo gravemente ferito o di colui che lo ha aiutato se l’ira o la sete di vendetta avessero trovato spazio nei loro cuori? Egli ha fiducia nella parte migliore dello spirito umano e con la parabola la incoraggia affinché aderisca all’amore, recuperi il sofferente e costruisca una società  degna di questo nome.

Per riflettere durante la giornata

  1. Prendiamo una matita e sottolineiamo quello che ci colpisce in modo particolare nei testi che abbiamo letto, quello che vorremmo comprendere meglio o vivere con maggior impegno ed entusiasmo, quello che ci sorprende, quello che ci infonde coraggio…. Facciamo nostro il testo anche in questo semplice ma utile modo.
  2. Osserviamo con attenzione i vari personaggi del racconto (briganti, sacerdote, levita, samaritano) e riflettiamo sulle loro azioni. Mi è capitato di comportarmi come uno spettatore davanti a situazioni di bisogno? O al contrario di lasciarmi coinvolgere? Cosa mi ha aiutato a prendere la decisione di agire?
  3. Il samaritano vede l’uomo ferito, non volge lo sguardo da un’altra parte. La comunità cristiana non resta a guardare di fronte alle sofferenze di tanti e da sempre sostiene chi è nel bisogno. Pensiamo ad alcune realtà che conosciamo o che vorremmo conoscere e magari, se possibile, anche aiutare con un contributo personale (economico, di tempo, di sostegno nella preghiera…). Domandiamoci se oggi possiamo fare un gesto, dire una parola, fare una telefonata che possa essere motivo di consolazione per qualcuno.
  4. Accogliere l’altro è faticoso. Vorremmo che l’altro entrasse nella nostra vita lasciandola come prima, senza disturbare troppo. Il samaritano ci insegna che ciò non è possibile. Lui decide di interrompere provvisoriamente il suo viaggio e di spendere del denaro per quello sconosciuto. Chiediamo al Signore di donarci la disponibilità del cuore di mettere in discussione il nostro “viaggio” facendo spazio ai fratelli e sorelle che incontriamo lungo il cammino.
  5. Prendiamo la Bibbia e leggiamo i passi paralleli che sono citati nei varii testi. La Scrittura illumina la Scrittura.

Oratio: A Te, Signore, sale la mia preghiera

Signore aiutami

Signore, fammi buono amico di tutti,
fa’ che la mia persona ispiri fiducia
a chi soffre e si lamenta
a chi cerca luce lontano da te
a chi vorrebbe incominciare e non sa come,
a chi vorrebbe confidarsi e non se ne sente capace.

Signore aiutami perché non passi accanto a nessuno
con il volto indifferente,
con il cuore chiuso,
con il passo affrettato.

Signore aiutami ad accorgermi subito
di quelli che mi stanno accanto,
di quelli che sono preoccupati e disorientati,
di quelli che si sentono isolati senza volerlo.

Signore, dammi una sensibilità
che sappia andare incontro ai cuori.

Signore, liberami dall’egoismo
perché ti possa servire,
perché ti possa amare,
perché ti possa ascoltare
in ogni fratello che mi fai incontrare.

Preghiamo in particolare per il personale sanitario e per tutti coloro che si occupano della cura delle persone che soffrono:
Signore, alla scuola del buon samaritano, insegnaci a lenire, a fasciare e a curare le ferite del corpo e dello spirito. Sostieni, conforta e illumina tutti gli operatori della Sanità e della cura. A tutti concedi la tua benedizione e la tua pace. Con fiducia ti preghiamo.

Contemplatio: Dammi occhi nuovi, Signore, per contemplare le Tue meraviglie

Chiediamo con umiltà al Signore un cuore puro, capace di vedere tutto e tutti con gli occhi buoni di Dio che è buono.

Nel silenzio (Carlo Maria Martini, † 2012)

Donaci, Gesù, di vivere questo momento di silenzio
in stretta comunione con te,
riprendendo a una a una le tue parole,
ripercorrendole, interrogandoti,
invocando la luce per intercessione di Maria, vergine della fede.

Donaci, Signore, di vivere questo momento di silenzio
raccogliendo dalle tue parole la gioia di vivere la fede.

Actio: Signore, cosa vuoi che io faccia?

Abbiamo ascoltato, meditato, pregato.
La Parola ci chiede di essere vissuta
nella concretezza di tutti i giorni, a cominciare da OGGI.

La mia parte è il Signore: ho deciso di osservare le tue parole. Mi affretto e non voglio tardare a osservare i tuoi comandi.

Sal 119(118),57,60

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