Sopportare pazientemente le persone moleste. Perdonare le offese ricevute


Prosegue e si conclude il cammino di approfondimento sul tema della Misericordia oggetto dell’Anno Santo proclamato da papa Francesco.

Nella nostra personalissima lettura delle Opere di Misericordia Spirituale abbiamo collocato alla fine queste due modalità attive del tradurre/praticare la Misericordia. Si tratta sempre e comunque, lo ricordiamo, del ricondursi a quell’attitudine propria del Dio cristiano, il quale ci si fa compagno, condividendo il nostro limite e perciò additandoci la Misericordia come possibilità d’adeguarci a nostra volta a Lui. Dio è amore – ce lo ricorda più e più volte il Nuovo Testamento. Ma proprio per ciò si protende attivamente verso le sue creature. E tuttavia non chiede ad esse solo d’essere amato, ma piuttosto che si mettano in atto le sue stesse modalità di compartecipazione alla condizione altrui. La profferta d’amore verso di lui sarebbe falsa e mendace al di fuori del solidale farsi carico degli altri (cfr. 1Gv 4,7- 2 1). Sopportare pazientemente le persone moleste e perdonare le offese ricevute non sono, dunque, un optional , ma un obbligato adeguarsi al paradigma divino della “compassione”.giobbeasseretogioacchino

Chi è molesto? Probabilmente non semplicemente e immediatamente un interlocutore che disturba. In gioco non è soltanto il fastidio di chi la pensa diversamente e ha – così ci pare – rispetto a noi la sensibilità di un elefante. Molesto è chi diventa per noi persecutore, spina al fianco, presenza intollerabile che deteriora la qualità della vita. Intendiamoci, con buona pace di tutti anzi, per la pace di tutti: saggio sarebbe, potendolo fare, prendere semplicemente la direzione opposta. Il mondo è così grande che non necessariamente bisogna subire i propri compagni. E tuttavia talora ragioni diverse, familiari, ecclesiali, politiche – non sto a moltiplicare l’elenco – rendono impossibile la fuga dall’altro. Spesso è in gioco la salvezza dell’altro, e lo dico nello spettro ampio della salute psicofisica, o della scelta di campo, o del permanere nella comunità cristiana. L’altro diventa torturatore e carnefice; eppure, non lo si può fuggire. Tanto più che le metodiche di tortura, le interpellanze poste in atto spesso esplicitano il proprio bisogno inconscio, la propria inevasa domanda di senso.

Emblematici sono gli amici di Giobbe. Come sfuggire al loro argomentare? Le loro voci “tentatrici”, le loro ragioni, non sono quelle inevase sul senso della sofferenza? Diventa spina al fianco, «spina nella carne» (2Cor 12,7: era qualcuno o qualcosa a lacerare profondamente Paolo?), chi importuna giorno e notte, alla fine dando voce a gesti, domande, risposte che si cerca di reprimere.

A fare la differenza, però, credo sia quel “pazientemente”. Che cos’è la pazienza? L’etimo la collega a patior e dunque a passio, cum-passio, se vogliamo a pathos come equi­valente greco di quella gamma semantica.

Patior alla lettera dice il soffrire, il patire nel senso del subire il patimento. Ed è la catena solidale del compartecipare al dolore l’unica possibilità di sconfiggere il dolore stesso, il suo artiglio, la sua insensatezza. Sopportare pazientemente le persone moleste sembra, dunque, intensificare l’ineluttabilità del subire, senza via di scampo, senza uscita alcuna.

Ma la pazienza nel lessico della Scrittura ha varianti d’altra derivazione. Se, infatti, intrinsecamente è sopportazione (anoché), le vengono associate e la qualificano pur sempre come pazienza la costanza (hypomoné) e la longanimità (makrothymía). L’esortazione a sopportarsi gli uni gli altri e dunque ad usarsi reciprocamente pazienza (cfr. Ef 4,6; Col 3, 13) evoca il circolo ordinario della coesistenza nella comunità cristiana ed evoca altresì la capacità di resistere alla prova (cfr. 2Ts 1,4).

LogoGiubileoMisericordiaTuttavia non si può lasciar cadere, nel suo nesso con la prova o la tribolazione, la capacità di resistenza che la pazienza comporta nel senso aggiuntivo di costanza. Giobbe ne diventa il manifesto (cfr. Gc 5, 11). Sopportare pazientemente le persone moleste alla fine indica come obbligante il farsi carico sempre e comunque dell’altro, ben sapendo che la sua salvezza è indissolubilmente intrecciata alla mia. La molestia – lo stalking nelle sue modalità pesanti di disturbo o il blog sempre aggiornato e non meno persecutorio che manipola persone e fatti per ragioni ideologiche – non libera mai dal doversi far carico dell’altro. E si tratta – il lessico è quello della Scrittura – proprio di “tener duro”, di resistere obtorto collo, di porgere l’altra guancia, affidando alla pratica testimoniale la sfida comune della conversione.

A questo punto, giocoforza, entra in scena il perdono. Infatti sopportare pazientemente le persone moleste implica anche la necessità di oltrepassare il fastidio, il danno, l’offesa arrecata. Di nuovo il paradigma della divina compassione, quello stesso che attribuisce a Dio pazienza, costanza e longanimità, viene messo in scena dal perdono, ossia dalla capacità sublime di oltrepassare l’offesa, di sanarla, di amare, malgrado tutto, chi ci ha offesi e in misura assoluta, al di sopra di ogni logica, di ogni do ut des, per pura gratuità.

Sembrerebbe inscritto nel DNA umano il principio del non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Ma proprio in correlazione, sembrerebbe altrettanto dovuto corrispondere alla violazione di questa norma restituendo all’altro l’offesa arrecata. La nostra povera umanità si è persa nel circolo perverso del rispondere “legittimamente” all’offesa subita. Basti pensare alla guerra, ancora giustificata nel Catechismo della Chiesa Cattolica nel suo aspetto “difensivo”. Di offese lavate nel sangue ne conosciamo tante. Le grandi narrazioni, come le narrazioni minori – quelle della violenza quotidiana dentro e fuori le mura domestiche – sono nient’altro che storie infinite di offese rintuzzate, alimentando una spirale reciproca di sospetto, di odio, di intolleranza. Tutti ne portiamo le ferite. La nostra cultura ne è intrisa.

Ebbene, il paradigma divino della compassione, quello che come credenti siamo chiamati a realizzare qui e ora, nel nostro tempo e nei luoghi che abitiamo, ignora il do ut des; semmai si inscrive nella logica del dono, del puro dono, del dono gratuito ed eccedente.

Il “per-dono” ci riporta a questa logica, a questo disegno. Esso è rinuncia alla contro­ partita, alla restituzione dell’offesa, ma è capacità di oltrepassarla, di sanarla. È capacità di rapportarsi e perciò di accogliere l’altro, malgrado ciò che sembra incrinare o distruggere il rapporto. È memoria, affermazione dell’umanità dell’altro/a come valore fondamentale, irrinunciabile, che niente o nessuno può mettere in discussione.

Al perdono, alla filosofia del perdono, hanno lavorato in tanti nel secolo che è finito – basti citare Paul Ricoeur – e il nodo non è semplicemente quello del dovere/capacità di andare oltre l’offesa. La questione del perdono evoca più a monte il problema stesso del male, della libertà umana, della colpa nella sua valenza di reato che non può essere semplicemente ignorato.caravaggio_cattura-cristo

E, d’altra parte, proprio la società che abbiamo costruito, con le logiche che vi dominano, ci mostra senza mezzi termini la dismissione della proposta cristiana, la perdita del perdono nella sua valenza salvifica. Infatti a perdonare è proprio quel Dio misericordioso che si è fatto a noi prossimo nella sofferenza del Figlio. Questi dall’alto della croce ha perdonato i suoi crocifissori. La gratuità di Dio e il suo modello amorevole diventano referenziali per la comunità cristiana, chiamata anch’essa a per-donare, ossia a farsi reciprocamente dono (cfr. 2Cor 2,10; Ef 4,32). La comunità martiriale si è attestata su questa linea; le culturazioni successive hanno invece interiorizzato il vulnus; hanno punito e represso sino alla soppressione fisica l’oppositore; hanno tariffato l’offerta sacramentale del perdono, quantificando la pena dovuta.

Quanto ciò sia tenace nella prassi ecclesiale lo mostrano le resistenze opposte a quella richiesta di perdono, caparbiamente voluta da Giovanni Paolo II nel 2000. Poteva mai la Chiesa chiedere perdono? E di che? Sia chiaro, perdonare le offese non vuol dire ignorarle, minimizzarle, chiudersi nel cerchio di uno pseudobuonismo deresponsabilizzato e deresponsabilizzante. Vuol dire invece accostarsi ancora e sempre alla gratuità di Colui che manifesta la sua onnipotenza parcendo maxime et miserando (soprattutto con la grazie e il perdono – Orazione colletta della XXVI domenica del Tempo Ordinario) e a cui chiediamo  di moltiplicare su di noi la sua misericordia per accelerare la fruizione dei beni promessi. Detto con le parole dei filosofi: il perdono crea futuro perché anticipa un mondo liberato dalla violenza. Chissà perché lo riscopriamo come istanza nuova, mentre avremmo dovuto qui e ora edificare un mondo nel segno della gratuità e della reciprocità del dono.

Le riflessioni che troverete in questo riquadro per tutto l’Anno Santo della Misericordia prendono spunto da: Cettina Militello, Le opere di misericordia, San Paolo 2012.


Le sette opere di Misericordia Spirituale:

  1. Consigliare i dubbiosi;
  2. Insegnare agli ignoranti;
  3. Ammonire i peccatori;
  4. Consolare gli afflitti;
  5. Perdonare le offese;
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste;
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Le sette opere di Misericordia Materiale:

  1. Dar da mangiare agli affamati;
  2. Dar da bere agli assetati;
  3. Vestire gli ignudi;
  4. Ospitare i pellegrini;
  5. Curare gli infermi;
  6. Visitare i carcerati;
  7. Seppellire i morti.

L’articolo è stato tratto dal numero di Novembre 2016 del giornalino parrocchiale “In Cammino” scaricabile a questo link.

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