San Cristoforo


martire (III secolo)

25 luglio

Gli automobilisti, anche i più indisciplinati, si augurano di uscire indenni dalle trappole di un traffico sempre più caotico e pericoloso, affiggendo come portafortuna nell’auto l’immagine di san Cristoforo, che raffigura un uomo solido come una rupe, che regge sulle spalle quadrate un bambinello. Chi ha composto la prima fortunata immagine si è rifatto a una leggenda secondo la quale Cristoforo, che allora si chiamava Adòcino o Reprobo, traghettò da una sponda all’altra di un fiume in piena Gesù, apparsogli sotto le spoglie di uno spaurito bambinello.

Cristoforo significa, appunto, «portatore di Cristo» e fù martire in Licia nel 250, durante la persecuzione dell’imperatore Decio. Praticamente nulla, all’infuori di quella leggenda, si sa di questo gigante buono che finirà martire al servizio di quel Cristo che egli aveva amato e servito nei poveri e nei bisognosi.

Ma ecco, in breve, il racconto di quella bella e poetica leggenda.

Adòcino era un uomo alto come una montagna, forte come un elefante, buono e semplice come un bambino appartenente a una rozza tribù di antropofagi e nell’aspetto “dalla testa di cane” dimostrava vigoria e forza. Aveva deciso, nella sua ingenuità, di porsi al servizio del signore più potente che ci fosse sulla terra. Servì così un ricco cananeo, che era l’uomo più influente del paese; ma presto seppe che il suo padrone obbediva al re, che era di lui assai più potente. Allora Adòcino lasciò quella casa e andò a offrire i suoi servizi al re. Ma una volta il buffone di corte cantò una canzone dove era nominato il diavolo, e il re ogni volta che udiva quel nome si faceva il segno della croce.

«Perché?»,

chiese Adòcino.

«Perché il diavolo non mi possa nuocere».

«Se hai paura del diavolo, vuol dire che è più potente di te, e io ho sbagliato a mettermi al tuo servizio»,

disse il gigante buono.

E allora, lasciato il re, andò in cerca del diavolo. Nell’attraversare un deserto lo incontrò e si impegnò a servirlo per sempre. Ma neppure il diavolo era il più potente del mondo. Un giorno, vista una croce sul bordo della via, il diavolo cominciò a tremare come una foglia: quell’uomo appeso alla croce — che si chiamava Gesù di Nazaret — era dunque più potente del diavolo! Allora Adòcino si mise sulle sue tracce.

Un giorno incontrò un eremita che gli spiegò come Gesù si celi sotto le spoglie dei poveri, per cui, servendo i poveri, si serve Gesù.

«Anzi — gli disse l’eremita — tu potresti servirlo, visto che sei grande e grosso, aiutando la gente a passare al di là di quel fiume turbolento che ha travolto più di una persona nelle sue acque limacciose».

Adòcino si costruì allora una capanna in riva al fiume e, quando qualcuno lo voleva attraversare, se lo caricava sulle spalle e, aiutandosi con un lungo e solido bastone, lo portava sull’altra sponda. Per ricompensa si accontentava di un

«Gesù ve ne renda merito».

Una mattina, udì la vocetta di un bambinello chiamarlo:

«Presto, aiutami ad attraversare il fiume».

Adòcino, sorridendo, si caricò quel passerotto sulle spalle e, abbrancato il bastone, si immerse nell’acqua, convinto di cavarsela in un batter d’occhio. Quand’ecco il peso del bambino gravargli sulle spalle come fosse un macigno, e l’acqua del fiume, sospinta da un vento improvviso di tempesta salire, salire, raggiungerlo alla cintola e imbrogliargli le gambe, mentre il peso minacciava di farlo soccombere.

Il gigante si vide perduto. Alzati al cielo gli occhi, per superare il rumore dei tuoni e il fragore della tempesta, urlò:

«Gesù, aiutami».

«Non temere, Adòcino»,

gli rispose una vocetta all’orecchio.

Raggiunta la sponda, la furia del vento si placò e il gigante, deposto a terra il piccino, s’accasciò esausto al suolo mormorando:

«Tu mi hai messo in grande pericolo. Eri così pesante che se io avessi avuto tutto il mondo addosso avrei provato la stessa fatica».

E il bambino:

«Non ti stupire, Cristoforo, perché non solo il mondo hai tenuto sopra le tue spalle, ma anche colui che il mondo ha creato. Io sono Cristo, tuo re».

Detto questo, il bambino sparì, mentre nell’animo del gigante buono scendeva una dolcezza infinita: egli aveva portato sulle spalle Cristo!

Felice di aver finalmente trovato il Signore che cercava, cominciò ad andare di città in città a portare conforto ai cristiani perseguitati. Ma un giorno, un soldato gli diede uno schiaffo:

«Se non fossi cristiano — gli rispose Cristoforo — adesso vendicherei l’offesa che mi hai fatto».

S’era così scoperto: il giorno dopo una dozzina di guardie andarono a prelevarlo per condurlo dall’imperatore Decio. Alla corte, solito cerimoniale: l’imperatore che gli ingiungeva di sacrificare agli dèi e Cristoforo che rifiutava sdegnosamente di farlo. Decio, allora, per indurlo a peccare, ordinò a due giovinette, Niceta e Aquilina, di introdursi nella cella di Cristoforo. Ma anziché convincere il prigioniero a peccare finirono loro stesse convertite  e trasformate in apostole (tantè che anche loro sono celebrate il 24 luglio).

All’imperatore salì il sangue alla testa. Fece impiccare una delle due giovinette e decapitare l’altra, mentre a Cristoforo, uscito indenne da un paio di supplizi, ordinò che gli fosse mozzato il capo. Prima di morire Cristoforo disse a Decio, che era cieco a un occhio:

«Domani, quando sarò morto, fatti con il mio sangue un impiastro, ponilo sull’occhio perduto e riavrai la vista».

Decapitato il santo, l’imperatore raccolse del sangue che flottava dal tronco di Cristoforo, lo impastò con del fango e sprezzante se lo pose sull’occhio spento. Voleva smontare davanti ai presenti le previsioni di Cristoforo, e invece, ecco improvvisa riaccendersi nel suo occhio la luce.

Con quel miracolo, Cristoforo chiuse la sua avventura terrena, ancora una volta al servizio di Cristo, il Signore più potente dell’universo.


Tratto da: P. Lazzarin, Il libro dei Santi, Messaggero di S. Antonio editrice, 2013

e da: santiebeati.it

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