La buona politica è al servizio della Pace


Sabato 5 Gennaio viene distribuito il numero di Gennaio del Giornalino Parrocchiale “In Cammino” (scaricabile a questo link: Gennaio 2019 Anno XXXIII Numero 1).

In questo numero:

  • La buona politica è al servizio della Pace
  • Papa Francesco dice: avere a cuore il bene di tutti
  • Non si finisce mai!!!
  • Facciamo Silenzio
  • Pellegrinaggio in Terra Santa

Di seguito l’articolo di apertura:

disegno di Giampiero Puliti

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù disse loro:

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi (Lc 10,5-6).

Inizia così il messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della LII giornata mondiale della pace.
Ma che cos’è la casa di cui parla Gesù nel Vangelo? Che significa essere un figlio della pace ai giorni nostri? La “casa” di cui Cristo fa menzione è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente. Ed è anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine. Ma è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni, nella sua singolarità e nella storia che la contraddistingue. Essere figlio della pace, ci suggerisce Papa Francesco per celebrare la giornata della pace del 2019, significa pertanto abitare in armonia nella casa donataci dal Signore.
Per amministrare il bene comune fino dai tempi antichi l’uomo si è affidato all’organizzazione e la direzione della vita pubblica, in altre parole a quell’arte che gli antichi Greci chiamavano politikḗ (“che attiene alla pόlis, la città-stato, con sottinteso téchnē, ”arte“ o “tecnica“). La politica, se attuata nel rispetto della vita, della libertà e della dignità delle persone, è un’alta forma di carità portatrice di pace. Gesù diceva ai suoi discepoli:

Chi vuol essere primo, si faccia ultimo e il servo di tutti (Mc 9,35).

Quando la politica è vissuta come servizio alla collettività, protegge chi abita nella casa comune, altrimenti genera abusi, ingiustizie, violenze.
È umano pensare che la cura della cosa pubblica debba essere demandata esclusivamente a chi è stato designato dai cittadini a operare in tal senso, e cioè agli amministratori locali e centrali, fino a coloro che si occupano delle sorti del nostro pianeta, senza pensare che ogni cittadino, e ancor più ogni cristiano, viene chiamato in prima persona ad amministrare quella che gli antichi romani, non a caso, chiamavano la res publica (letteralmente la “cosa del popolo“). In altre parole ciascuno di noi può e deve portare il proprio e insostituibile contributo alla costruzione e alla crescita della collettività.
Purtroppo non è mai stato semplice per gli uomini credere in una buona politica, intesa come gestione della casa comune. In particolare in questo periodo, tutti noi viviamo in un clima di sfiducia verso le istituzioni dovuto alla paura del diverso o dell’estraneo, all’angoscia di perdere i propri vantaggi, che si manifesta anche attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, ribadisce Papa Francesco nel suo discorso, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che siano messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.
Ma come possiamo farci partecipi di un operoso, instancabile e perseverante popolo di “artigiani della pace”, per donare alla società civile quanto necessita per crescere in armonia? Per noi cristiani la risposta viene come sempre dal Vangelo. Tutti abbiamo presente il comandamento più bello che Cristo lasciò ai suoi discepoli:

Amerai il tuo prossimo come te stesso (Mt 22,39).

Ed è con l’amore e la carità che si costruisce un mondo di pace.
Papa Benedetto XVI ricordava che

ogni cristiano è chiamato alla carità, in base alla propria vocazione e secondo le sue possibilità di incidenza sul bene comune.

L’impegno per la collettività, se animato dalla carità, ha una valenza superiore a quella dell’impegno esclusivamente secolare e politico. L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dall’amore e dalla carità, contribuisce all’edificazione nella pace, di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana.
A questo proposito, come sottolinea Papa Francesco, meritano di essere ricordate le “beatitudini del politico”, proposte dal Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Vãn Thuận, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:

Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.
Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.
Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.
Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.
Beato il politico che realizza l’unità.
Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.
Beato il politico che sa ascoltare.
Beato il politico che non ha paura.

Si può pertanto definire la pace uno stato sociale, frutto di un progetto politico che si fonda su una responsabilità personale e una sfida che ognuno di noi deve accogliere ogni giorno. La pace è la conversione del cuore, che si può attuare in vari modi: con il rifiuto dell’intransigenza e della collera (la pace con se stessi), con l’incontro evangelico dell’altro (la pace con il prossimo), con la riscoperta della grandezza del creato (la pace con il Signore).
E, per concludere, come non citare Baruch Spinoza, grande filosofo olandese vissuto nel XXVII secolo? Spinoza diceva che la pace non è semplicemente assenza di guerre, ma una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia e alla giustizia. Quella virtù che tutti noi cristiani siamo chiamati a coltivare, facendoci partecipi della vita della società in cui viviamo.


di Silvia Burchi

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