Beata Eurosia Fabris 1


terziaria francescana (1866-1932)

8 gennaio

Diventare santi con tredici figli a carico (alcuni propri e altri adottati), in un contesto personale e sociale di povertà, di estenuanti fatiche, che non concedono tregue, che non lasciano spazio ad altro: un’impresa impossibile? Sembra di no, visto che la vicentina Eurosia Fabris, che in tale situazione si è trovata, la santità l’ha raggiunta, vivendo con cuore puro, gonfio di amore per Dio, per lo sposo, per i figli e per chiunque altro incontrato nel suo cammino; con le mani ingrossate dai calli e le preoccupazioni che le rigano precocemente il volto; senza che nulla riesca a scalfire la sua fiducia nella provvidenza, nell’amore di Dio per i suoi figli.

Eurosia, una vicina di casa, vissuta in un tempo non lontanissimo da noi, nella quale riconoscere le nostre mamme, le nostre nonne…

Eurosia, per gli amici Rosina, nasce nel 1866 a Quinto Vicentino, grosso borgo a pochi chilometri dal capoluogo, in una famiglia di contadini. Luigi e Maria i genitori.

Frequenta le elementari di Marola, frazione di Torri di Quartesolo sempre nel Vicentino, dove la famiglia si è trasferita, ma sui banchi ci sta solo due anni, giusto il tempo per imparare a leggere e scrivere e far di conto, ed è già molto, anzi moltissimo, in tempi di analfabetismo diffusissimo, soprattutto tra le donne. Le piace leggere per arricchire la sua formazione umana e religiosa. I genitori sono credenti e praticanti e, sollecitata dal loro esempio, sviluppa una forte spiritualità, che alimenta con l’eucaristia, la preghiera e una viva devozione alla Madonna, cui spesso rende omaggio nel vicino santuario della Madonna di Monte Berico. Cresciuta, insegna catechismo alle ragazzine di Marola e partecipa attivamente alle iniziative della parrocchia. In seguito insegnerà anche taglio e cucito in una scuola improvvisata a casa sua.

A diciannove anni, un evento doloroso dà una svolta alla sua vita. Una giovanissima sposa, vicina di casa, muore lasciando il marito, Carlo Barban, con due figliolette, Chiara Angela di venti mesi, e Italia di quattro, cui badare. Non solo, ma anche con il padre, vecchio e malato e un fratello minorenne. Un dramma per il vedovo, che ha solo ventitré anni.

Rosina accetta di prendersi cura di tutto in qualità di domestica, ma finisce con l’affezionarsi alle due piccine e al loro giovane padre, un amore forte e sincero, che i due giovani decidono di consacrare nel matrimonio.

Rosina e Carlo si sposano il 5 maggio 1886 nella chiesa di Marola. Un bel coraggio, commentano i paesani, vista la situazione cui la giovane va incontro, aggravata dai tanti debiti contratti dall’anziano padre, vittima di un raggiro tesogli da abili truffatori, che gli hanno sottratto gran parte dei suoi averi, riducendo la famiglia in povertà.

Rosina di coraggio ne ha da vendere, sostenuto dall’amore per quelle creature entrate a far parte della sua vita, e da una grande carità, che la porta a non rifiutare nulla a nessuno. Come si vedrà.

Eurosia non ha paura della povertà, la vive con dignità e rispetto, come condizione che la avvicina a Gesù, anche lui povero, e ai tanti altri in difficoltà a causa di una situazione economica e sociale disastrosa, che costringe molti a emigrare, e che si fa drammatica con lo scoppio della prima guerra mondiale.

La povertà è anche un tratto della sua spiritualità, tutta intrisa di francescanesimo, da quando nel 1916 diventa terziaria francescana.

Rosina ha una sconfinata fiducia nell’aiuto di Dio. E ne ha bisogno, perché la sua casa presto si riempie di vocianti ed esigenti frugoletti. A Chiara Angela e Italia si aggiungono i sette che Eurosia ha con Carlo, più tre orfani di una nipote, Sabina, morta nel 1917 mentre il marito combatte al fronte.

Badare ai dieci ragazzi e al resto, che è moltissimo, non esaurisce la carica di amore di Eurosia. Se c’è bisogno, si offre di fare da balia a bambini le cui mamme non hanno latte; mette sempre da parte qualcosa per chi sta peggio di loro. Convince il marito a mettere la stalla e il fienile a disposizione dei pastori che scendono in pianura con le pecore a svernare, o a viandanti di passaggio. Stalla e fienile raramente sono vuoti.

Una notte si ferma da loro anche una donna incinta che partorisce proprio lì, nella stalla, salvo poi essere ospitata dai Barban nella loro casa. L’ospitalità è spesso accompagnata da qualcosa da mettere sotto i denti, non perché i Barban ne abbiano in abbondanza, ma perché sono abituati, come i primi cristiani, a dividere con gli altri anche il poco che hanno.

Poi i ragazzi crescono (solo due il cielo se li prende prematuramente). Alcuni altri, a tempo debito, è il Signore che li chiama a seguirlo nella via della perfezione come religiosi francescani o sacerdoti secolari, costringendo ad altri sacrifici la famiglia Barban, privata così di preziose braccia da lavoro. Ma se il Signore chiama… conclude sempre Eurosia, al termine di faticosissime giornate che iniziano con levatacce antelucane per preparare la colazione ai due ragazzi che frequentano il seminario, ma da esterni perché la famiglia non ha i soldi per pagare la retta, e devono farsi a piedi la strada da casa a scuola (sette chilometri). Le giornate proseguono con la messa, la colazione da preparare per gli altri, e con la gran mole di faccende domestiche. E si concludono a tarda sera tra stoffe, forbici e aghi, lavoro extra per racimolare qualche soldo da aggiungere al sempre esausto bilancio domestico.

In questo quotidiano impegno di amore a Dio, ai suoi cari, di carità e disponibilità verso gli altri, Eurosia affina il proprio spirito e consuma ogni fibra della sua anima e del suo corpo, fino alla morte, che avviene l’8 gennaio 1932. Muore circondata dall’affetto dei suoi cari e dei tanti cui ha voluto bene. È beatificata il 6 novembre 2005 a Vicenza, sotto il pontificato di Benedetto XVI.


Tratto da: P. Lazzarin, Il libro dei Santi, Messaggero di S. Antonio editrice, 2013


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Un commento su “Beata Eurosia Fabris

  • Beatrice

    Bellissima!!!
    Quando si crede che Dio moltiplica davvero il poco o nulla che condividiamo….
    Che fede e che affidamento alla divina provvidenza.
    Bell’esempio; grazie!